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Che fece ... il gran rifiuto / Constantino Kavafis

A certi uomini arriva un giorno
in cui devono dire il grande Si
o il grande No. Si riconosce subito colui
che in cuor suo ha pronto il Si, e pronunciandolo
fa un passo in là nella sua stima e nella convinzione.

Ma chi ha fatto il rifiuto non si pente. Se tornassero a chiederglielo
No direbbe ancora. Eppure ne viene stremato
da quel No - così giusto - per tutta la sua vita.

Il coraggio di dire: no

Ci vogliono molta forza e molto coraggio per saper dire di no, quando gli altri forse si aspetterebbero diversamente. Ma non viviamo per gli altri: ciascuno di noi vive in primo luogo per se stesso, per fare ciò che ritiene giusto. E quindi deve pronunciare anche quel No – quel giusto No.

L’ispirazione dantesca di Kavafis è chiara dal titolo, che è in italiano nel testo originale. Cita il passo dell’Inferno (Canto III, vv. 59-60) in cui Dante racconta come tra gli ignavi

vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto

Mi sembra molto importante notare che Kavafis cita quasi testualmente il verso 60, ma rimuove due parole fondamentali: “per viltade”. Rifiutare, dire di no, rinunciare: non è qualcosa che si fa per viltà.

Invece Dante, secondo me, voleva dare una sfumatura negativa all’espressione – in fondo si parla di un dannato. E quella negatività è stata estirpata da Kavafis e sostituita con quattro puntini di sospensione. Resta la grandezza del rifiuto, quel gran rifiuto. Una grandezza che adesso, per quanto dolorosa, non è più in negativo, ma in positivo.

La grandezza di un uomo che sa bene a cosa sta andando incontro con quel suo No, che sa che il suo No non piacerà a molti. Gli diranno di tutto, l’accuseranno di viltà, di incapacità di assumersi responsabilità, di soffrire, di farsi forza, di farne agli altri, gli daranno magari del pavido, dell’imbelle e persino dell’egoista. Sa a cosa sta andando incontro, ma ha il coraggio di dire: No. Perché quel No – quel giusto No – è la parola che gli dettano il cuore e la ragione.

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